lunedì 18 giugno 2012

Aprite quelle porte. «Fateci entrare. Vogliamo vedere cosa si trova aldilà di quel giardino, di quel cancello. Vogliamo dare un volto umano a quei muri. Capire come vivono quelle persone, se hanno desideri, se il loro vivere non è solo sopravvivere, ma continuare a provare piacere a raddrizzare una foto, a cucinare un piatto o semplicemente a sentir bollire l’acqua nel pentolino». Questo ha chiesto, e chiede lo Spi Cgil. E questo è quello che ha ottenuto in alcune strutture per anziani dopo aver lanciato la campagna “Aprite quelle porte. No alle case prigione per gli anziani”.

Per partecipare alla campagna è stato attivato un indirizzo e-mail dove poter denunciare i casi di malfunzionamento. «Con la nostra iniziativa – spiega Celina Cesari che ha presentato la campagna a Parma insieme ai risultati di un’inchiesta fatta insieme alla funzione pubblica Cgil su circa 560 strutture per anziani – abbiamo squarciato un velo.

Abbiamo portato all’evidenza un rimosso collettivo: quello della condizione dei vecchi, ma meglio sarebbe dire delle vecchie, perché soprattutto loro sono ricoverate nelle strutture residenziali. Abbiamo conosciuto – continua Cesari – persone sottoposte a orari rigidi, per le quali non esiste più il ritmo
naturale della vita, dettato dalle proprie esigenze e dai propri desideri. Persone private del proprio ambiente naturale, allontanate dalla propria casa, dagli oggetti amati, costrette a vivere in un mondo artificiale, con scarse o nulle occasioni di socialità. Donne e uomini soli. Condannati in un breve volgere di tempo a perdere la loro autonomia, a scivolare verso la non autosufficienza».
A raccontare l’inizio di  questo viaggio nel mondo degli ospizi, residenze socio-assistenziali, case albergo eccetera, è Francesca Marchetti, sindacalista dello Spi, che una porta l’ha già aperta, quella dell’ex conservatorio Sant’Eufemia a Roma, dove fa la consigliera di amministrazione. «La ricerca fatta insieme alla funzione pubblica Cgil su circa 560 strutture per anziani – spiega – è partita da un questionario che ha verificato la composizione dell’utenza, il rispetto dei requisiti strutturali e ambientali, le leggi regionali per l’accreditamento, l’esistenza o meno di una carta dei servizi che aiutasse la persona e i parenti a scegliere dove andare. Certo, la casa di riposo di Sanremo, dove i Nas
hanno riscontrato casi di sevizie e maltrattamenti, è un caso limite, ma la realtà è che molti di questi luoghi sono isolati, senza vigilanza, e le strutture assomigliano a parcheggi per anziani in attesa della morte».

Quello che servirebbe, invece, è che tutte le strutture, anche quelle autorizzate, ma non accreditate,
siano sottoposte a controlli regolari. Che la tipologia delle strutture sia definita chiaramente, che i lavoratori non abbiano contratti differenti tra loro, talvolta sottopagati, e nessunsostegno e formazione.

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