«È inutile costruire nuove case di riposo o Rsa, se non si ripensa il modello. Servono moduli più piccoli, mini appartamenti, maggiore assistenza domiciliare, una forte rete di servizi di supporto che permetta alle persone di vivere in casa propria o in piccole comunità solidali».
Questo pensa Beppe Barletta dello Spi Puglia, che a Bari ha raccolto circa trecento questionari e che ora sta portando avanti una ricerca nella casa di riposo ex Ipab Vittorio Emanuele. «Si tratta di uno studio congiunto con altre due città, Trieste e Firenze, che produrrà una proposta di riorganizzazione e umanizzazione delle case di riposo, elaborata insieme al professor Rotelli, braccio destro di Basaglia, e a un gruppo di ricercatori della Bicocca di Milano. In Puglia, come in Italia, proliferano le case di riposo, il ricorso al badantato, e continuano a mancare i servizi territoriali per anziani da cui deriva l’uso improprio dell’ospedalizzazione e dei ricoveri».«È una ricerca qualitativa che produrrà nuovi criteri per l’accreditamento che non siano più solo incentrati sulla struttura, cioè quanti bagni o posti letto ci sono, ma anche sul processo di assistenza, di cura e riabilitazione e sul mantenimento dei diritti dei ricoverati, come quello alla privacy o a mantenere il proprio medico curante», racconta Giovanna Del Giudice, dello Spi di Trieste, una delle città italiane con il numero più alto di case di riposo, circa tremila. «Trieste è un laboratorio di quello che sarà l’Italia tra qualche anno – spiega –. Un terzo delle persone che ci vive è sopra i 65 anni. Quindicimila di loro superano gli 85 anni e sono sole. Diecimila di queste vivono in istituto, e in maggioranza sono donne. È una situazione che denunciamo, perché serve più domiciliarità e una risposta residenziale incentrata sui bisogni delle persone».
Rimanere a casa. In sette leghe dello Spi triestino è stato aperto uno sportello, attivo ogni martedì, si chiama “Rimanere a casa”, e dà sostegno a quelle persone anziane che vogliono
rimanere a vivere nel proprio ambiente, ma supportate e assistite da una rete di protezione.
Ci lavorano per ora solo donne. «Dopo circa una settimana dal lancio della campagna “Aprite quelle porte”, ad aprile, il centro cittadino è stato tappezzato di volantini di alcuni imprenditori delle strutture socio assistenziali afferenti alla Sisa – racconta Del Giudice – che si sono sentiti attaccati dalla nostra iniziativa e hanno dichiarato di voler dire la verità ai cittadini, che le loro porte sono aperte e che noi stiamo demonizzando le case di riposo dicendo il falso. Non abbiamo risposto. Non volevamo alimentare sterili polemiche».
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