In Italia, le persone disabili sono oltre 2.600.000. Almeno due milioni sono anziani che vivono in famiglia e non trovano servizi di assistenza adeguati alle proprie esigenze. Con la conseguenza che, nella pratica quotidiana, il peso e i costi della loro gestione e della loro cura ricadono quasi esclusivamente sulle spalle delle famiglie.
Una risposta potrebbe invece arrivare dall’assistenza domiciliare integrata (Adi), quel sistema di interventi sanitari e socio-assistenziali prestati da personale specializzato (medici, infermieri, assistenti) direttamente a casa dell’assistito, senza che questo venga così sradicato dalle proprie abitudini e dal proprio ambiente di vita.
Ma nel nostro paese, a che punto è l’Adi? Quante sono le persone che hanno accesso al servizio? Per dare una risposta a queste domande lo Spi Cgil ha realizzato un’inchiesta dal titolo Gli interventi per la non autosufficienza e l’assistenza domiciliare integrata. «Dal 2005 al 2010 il numero di anziani in Adi è cresciuto di 168.000 unità – ha detto Mario Sai presentando la ricerca –. Malgrado ciò, l’Adi viene garantita solo a un anziano non autosufficiente su cinque. Eppure i dati del Censis dicono che il 77,5 per cento delle famiglie ritiene l’assistenza domiciliare integrata il servizio più utile e considera
secondari gli sgravi fiscali e gli aiuti economici». I servizi, però, non riescono a tenere il passo dei bisogni, che crescono anche a causa dell’aumento del numero delle persone con più di 65 anni, salite dal 2005 al 2010 di 768.000 unità.
Un’Italia a più velocità. In Italia solo il 4,1 per cento degli anziani usufruisce dei servizi di assistenza domiciliare integrata: percentuale che al Sud si ferma al 2,3 per cento mentre al Centro-Nord arriva al 4,9. Al primo posto troviamo l’Emilia Romagna con l’11,6 per cento di assistiti, seguono Umbria (7,7%), Friuli Venezia Giulia (6,8%), Veneto (5,5%) e Basilicata (unica regione meridionale) con il 5 per cento. In Toscana, malgrado gli anziani in Adi siano solo il 2,3 per cento, si è avviato un processo di buone pratiche con il piano socio- sanitario integrato e la realizzazione delle “case della salute”.
Una situazione a macchia di leopardo, dunque. E sulla quale pesano come un macigno i tagli del governo Berlusconi, che ha ridotto il fondo per le politiche sociali da 930 a 43 milioni e azzerato completamente quello per la non autosufficienza cancellando i trecento milioni residui.
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