giovedì 19 luglio 2012

Perchè aprire quelle porte


Relazione di Celina Cesari in occasione della presentazione della campagna "Aprite quelle porte" tenutasi a Parma

“I vecchi non lasciamoli in pace! Lasciarli in pace è un errore se la pace non è che indifferenza, rassegnazione, incapacità di creare il nuovo anche per loro!”
Questa citazione di Mario Tommasini, ripresa in calce all’invito per la giornata odierna, mi è stata segnalata da Maruzza Capaldi, una cara amica presente qui oggi.
La frase era riprodotta sulla copertina della relazione svolta da Mario Tommasini in occasione della “giornata della salute mentale” convocata a Bologna nel luglio del 2005 presso la Fabbrica di Romano Prodi.

Maruzza nella sua mail scrive: “lo ascoltammo tutti con il cuore in gola tanto straordinarie erano le sue parole…”.
Ecco, in questo ascoltare “col cuore in gola” è riconoscibile la grande capacità di suscitare emozioni dell’uomo che vogliamo ricordare, al quale vogliamo rendere omaggio. Ma non siamo qui solo per celebrarlo. Vogliamo  apprendere la sua lezione e provare a dare continuità al suo operato.
Mario Tommasini smantellò il manicomio di Colorno restituendo vita a 1220 internati ben 12 anni prima della legge Basaglia. Da assessore alla provincia di Parma, fece abolire le classi e le scuole differenziali per i bambini handicappati, svuotò il carcere minorile della città e fece chiudere il brefotrofio.
Dopo aver condotto, tra mille opposizioni ma con successo, la sua lotta contro tutte le istituzioni emarginanti, Mario Tommasini  assunse il problema dell’invecchiamento della popolazione, ne comprese lo spessore ed intraprese la più dura delle sue battaglie: assicurare considerazione, rispetto, dignità e libertà ai vecchi. Anche ai futuri vecchi, a noi, quelli che stiamo per diventare o diventeremo.
Ha scritto Paolo Scarpa: “Per Tommasini l’anziano non è una categoria a sé. Non è una patologia. Non è riducibile ad un problema assistenziale. È una persona che, come tutti ha diritto alla dignità e alla libertà individuale”.
Noi, Sindacato dei Pensionati aderente alla Cgil, organizziamo i vecchi, li rappresentiamo e da essi riceviamo il mandato di assicurare visibilità ai loro bisogni e di restituire parola, dare voce al loro desiderio di dignità e di libertà. Per questo esistiamo e per questi motivi abbiamo voluto accompagnare la nostra azione sindacale complessiva con un’iniziativa specifica dedicata ai vecchi chiusi nelle case di riposo.
Abbiamo lanciato, assieme alla Funzione Pubblica Cgil che organizza il personale dipendente delle strutture residenziali, una ricerca partecipata.
Le nostre leghe comunali hanno visitato circa 600 strutture e compilato un questionario complesso finalizzato alla verifica della composizione dell’utenza, al rispetto dei requisiti strutturali ed ambientali previsti dalle leggi regionali per l’accreditamento, all’esistenza o meno della carta dei servizi ecc… Non mi soffermo sui risultati della ricerca. Per chi desideri consultarli sono a disposizione sul sito nazionale dello Spi.
Qui mi limito ad un ringraziamento e alla formulazione di un giudizio politico.
Il grazie va ai tanti e alle tante dei nostri che hanno reso possibile la ricerca partecipata e che, dopo la somministrazione del questionario, hanno continuato a frequentare le residenze, trovando nuovi e forti significati per la loro militanza e aggiungendo senso alla loro iniziativa.
Quanto al giudizio politico, non ho dubbi: con la nostra iniziativa abbiamo squarciato un velo. Abbiamo portato all’evidenza un rimosso collettivo: quello della condizione dei vecchi, ma meglio sarebbe dire delle vecchie, soprattutto loro sono ricoverate nelle strutture residenziali.
Abbiamo conosciuto persone sottoposte ad orari rigidi, per le quali non esiste più il ritmo naturale della vita, dettato dalle proprie esigenze e dai propri desideri. Persone espropriate del proprio habitat naturale, allontanate dalla propria casa, dagli oggetti amati, costrette a vivere in un mondo artificiale, con scarse o nulle occasioni di socialità. Donne ed uomini soli. Condannati in un breve volgere di tempo a perdere la loro autonomia, a scivolare verso la non autosufficienza.
Abbiamo incontrato e continuiamo ad incontrare quelle che qualcuno definisce “vite di scarto”.
La vita delle persone anziane, fuoriuscite dai processi produttivi ed incapaci per loro cultura o per la pochezza del loro reddito a continuare ad essere consumatori, diventa una vita inutile perché incompatibile con le logiche dell’economia. Il loro corredo di diritti non conta più per nessuno. Quindi sfuma. È destinato ad impoverirsi.
Ma anche queste “vite di scarto” sono paradossalmente utili a produrre profitti. È come se diventando sempre più anziani ci si trasformi da persone in cose, si diventa oggetti disponibili per la produzione dell’altrui ricchezza.
È il caso dei cosiddetti “bond morte”, un nuovo prodotto finanziario lanciato dalla Deutsche Bank che trasforma la vita stessa delle persone in oggetto di speculazione finanziaria. Una tra le più autorevoli banche europee scommette sulla durata della vita di 500 anziani americani tra 65 e 72 anni!
Più rapidi sono i decessi, maggiore è il guadagno dell’investitore. Il profitto della banca invece cresce con la sopravvivenza delle persone.
Analoga cosa hanno provato a fare a Pesaro due promotori finanziari ed un agente assicurativo che vendevano prodotti ad alto rischio finanziario, comprese polizze assicurative sulla vita di malati oncologici terminali americani.
Come ha spiegato la Guardia di finanza che ha svelato la truffa e denunciato i malfattori, il rendimento viene calcolato sull’aspettativa di vita dell’ammalato assicurato. Prima avviene il decesso, più alto è il rendimento.
Casi eclatanti, questi. Ci hanno giustamente indignato, di essi bisogna discutere e sui quali occorre riflettere per l’evidente violazione della dignità delle persone e per la necessità di porre un limite all’iniziativa economica e finanziaria. Ed è l’umana dignità la barriera insuperabile, da difendere con le unghie e coi denti in tempi come questi, quando anche la vita della persone diventa oggetto di speculazione, cinicamente utilizzata per produrre guadagno.
Poi vi sono i casi meno eclatanti, considerati accettabili e leciti dall’opinione pubblica. Mi riferisco ai guadagni garantiti ai soggetti gestori delle strutture residenziali dalle rette esose e dai contributi dei Fondi sanitari regionali. In questo ambito esistono zone d’ombra da indagare e portare alla luce.
Penso a imprese che hanno durate troppo brevi, a fenomeni di speculazione finanziaria, a collegamenti con la criminalità organizzata, ad un’area vasta di illegalità da combattere.
L’Istat ha rilevato, al 31 dicembre del 2009, 429220 posti letto nelle strutture residenziali. Più di 7 posti letto ogni 1000 abitanti. Oltre il 70% è destinato ad anziani non autosufficienti, in prevalenza di sesso femminile. La gestione delle residenze è affidata ai privati nel 70% dei casi.
L’Istat ha censito le strutture accreditate. Non sappiamo in realtà quante residenze esistano davvero, ma è ragionevole pensare che siano molte di più.
Eppure c’è chi sostiene la necessità di aumentare il numero dei posti letto in residenza per gli anziani motivandola con i processi di invecchiamento della popolazione.
Del resto aprire nuove strutture conviene, può essere l’affare del secolo. Sopratutto se si può usufruire di fondi pubblici destinati a coprire la quota sanitaria.
Dunque, sempre più vecchie e vecchi nelle strutture residenziali! A vivere estraniati da sé, a subire ritmi di vita imposti da altri, ad essere vittime di forme di contenzione fisica e farmacologica.
Le abbiamo viste le persone legate! La pratica è molto diffusa.
Ed abbiamo vissuto gli scandali. Sì, gli scandali delle persone legate e picchiate. Abbiamo visto i video girati dalla Guardia di finanza nella Casa di riposo di San Remo. Ne abbiamo sofferto e ci siamo indignati. Ma indignarsi non basta. Occorre essere consapevoli che in una struttura chiusa, in una istituzione totale, dove i controlli sono nulli o scarsi, tutto diventa possibile.
Diventa possibile l’incuria, la violenza fino alle estreme conseguenze. Fino alla morte delle persone. Ne fanno fede le denunce delle forze dell’ordine.
Le “vite di scarto” degli anziani in fondo sono vite inutili, servono giusto a utilizzare un posto letto… e sono facilmente sostituibili. Le domande di ricovero, infatti, allungano le liste di attesa per gli ingressi. Una domanda drogata dall’unica offerta disponibile, quella del posto letto in residenza.
L’offerta apparentemente migliore, considerata risolutiva perché libera ciascun soggetto, pubblico o privato che sia, della responsabilità di farsi carico, di prendersi cura dell’anziano.
Per l’insieme di questi motivi, abbiamo ritenuto doveroso interessare le istituzioni europee alle strutture residenziali italiane. Abbiamo scritto alla Commissione europea per la prevenzione dei trattamenti degradanti ed inumani – alla quale peraltro abbiamo chiesto anche un incontro – invitando i suoi membri ad indagare anche sulle case di riposo.
E l’Auser, a sua volta, ha interessato la commissione servizi sociali del Senato italiano.
Da queste considerazioni nasce la campagna “aprite quelle porte”. Abbiamo voluto rappresentare l’orrore alla base della nostra campagna. Orrore per le vite private di senso, per le limitazioni alla libertà delle persone, per la violenza che ogni istituzione totale contiene, per le residenze lager che di tanto in tanto vengono alla luce in ogni regione d’Italia.
La campagna si ispira al film horror che ha imperversato negli anni  60 e 70 del ‘900 dal titolo “Non aprite quella porta”. Ma noi, al contrario, vogliamo spalancare tutte le porte affinché l’orrore venga alla luce, sia conosciuto dalla pubblica opinione e gli anziani non vivano più isolati e maltrattati.
Nessuno di fronte all’orrore deve essere lasciato solo. Per questo motivo abbiamo attivato il sito apritequelleporte@spi.cgil.it dove chiunque può farci pervenire segnalazioni
Vedete, noi dello Spi amiamo le “vite di scarto”. Dello “scarto” ci prendiamo cura. E da questo amore, da questa volontà di prenderci cura facciamo scaturire piattaforme ed apertura di vertenze sindacali.
Per questo diciamo basta a nuovi posti letto nelle residenze. Sono già troppi, malgrado gli squilibri territoriali.
Al primo posto delle nostre rivendicazioni conserviamo la forma domiciliare dell’assistenza. Al suo centro la persona con piena titolarità di diritti, alla quale vanno assicurati tutti i supporti utili e necessari a promuovere le sue capacità e le sue abilità. Solo quando, e per validi motivi, la permanenza presso il proprio domicilio non è più possibile si può ricorrere a forme residenziali leggere: case famiglie, gruppi appartamento… Molto utili i centri diurni perché alleviano la fatica delle famiglie ed aiutano le persone a vivere meglio. Sono ancora tropo pochi nel nostro Paese.
Per quanto riguarda le residenze attualmente esistenti, nessuno di noi pensa di chiuderle!
Pensiamo però ad una loro conversione da avviare, per umanizzarle, renderle trasparenti, spalancare quelle porte alle comunità circostanti. Vogliamo immaginare strutture aperte e più dinamiche, anche per chi sta male. Vogliamo farla finita con il bagno assistito fatto alle 4 di notte e con la nutrizione di una persona da completare nell’arco di 10 minuti, invece che del tempo necessario al rispetto ed alla cura.
E vogliamo lavorare a nuovi criteri di accreditamento, fondati sulla centralità della persona, su percorsi di cura finalizzati a riportarla a casa.
Noi dello Spi siamo i primi a voler entrare nelle attuali strutture. Vogliamo radicarci al loro interno, portare dentro vita e interessi nuovi.
Abbiamo bisogno di alleanze. La prima è con i lavoratori dipendenti. Noi vogliamo bene a chi si cura dei nostri vecchi. Vogliamo che gli operatori delle residenze per anziani stiano bene, siano remunerati in modo giusto, siano formati e vogliamo capire assieme ai loro rappresentanti quale possa essere il modello migliore di organizzazione del lavoro da adottare perché la cura sia degna e non si limiti all’ossessione della sola prestazione.
Poi lanciamo una sfida all’imprenditoria sana. Con essa vogliamo scommettere sulla possibilità di fornire servizi capaci di rispettare le persone e di riportarle a casa.
Da Parma, la città di Mario Tommasini, la città del bel canto vogliamo far ripartire il canto per la dignità e la libertà delle persone anziane.

Celina Cesari 

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