Relazione di Celina Cesari in occasione della presentazione della campagna "Aprite quelle porte" tenutasi a Parma
“I vecchi non lasciamoli in pace!
Lasciarli in pace è un errore se la pace non è che indifferenza, rassegnazione,
incapacità di creare il nuovo anche per loro!”
Questa citazione di Mario Tommasini,
ripresa in calce all’invito per la giornata odierna, mi è stata segnalata da
Maruzza Capaldi, una cara amica presente qui oggi.
La frase era riprodotta sulla
copertina della relazione svolta da Mario Tommasini in occasione della
“giornata della salute mentale” convocata a Bologna nel luglio del 2005 presso
la Fabbrica di Romano Prodi.
Maruzza nella sua mail scrive: “lo
ascoltammo tutti con il cuore in gola tanto straordinarie erano le sue
parole…”.
Ecco, in questo ascoltare “col cuore
in gola” è riconoscibile la grande capacità di suscitare emozioni dell’uomo che vogliamo ricordare, al quale vogliamo rendere
omaggio. Ma non siamo qui solo per celebrarlo. Vogliamo apprendere la sua lezione e provare a
dare continuità al suo operato.
Mario Tommasini smantellò il
manicomio di Colorno restituendo vita a 1220 internati ben 12 anni prima della
legge Basaglia. Da assessore alla provincia di Parma, fece abolire le classi e
le scuole differenziali per i bambini handicappati, svuotò il carcere minorile
della città e fece chiudere il brefotrofio.
Dopo aver condotto, tra mille
opposizioni ma con successo, la sua lotta contro tutte le istituzioni
emarginanti, Mario Tommasini
assunse il problema dell’invecchiamento della popolazione, ne comprese
lo spessore ed intraprese la più dura delle sue battaglie: assicurare
considerazione, rispetto, dignità e libertà ai vecchi. Anche ai futuri
vecchi, a noi, quelli
che stiamo per diventare o
diventeremo.
Ha scritto Paolo Scarpa: “Per
Tommasini l’anziano non è una categoria a sé. Non è una patologia. Non è
riducibile ad un problema assistenziale. È una persona che, come tutti ha
diritto alla dignità e alla libertà individuale”.
Noi, Sindacato dei Pensionati
aderente alla Cgil, organizziamo i vecchi, li rappresentiamo e da essi
riceviamo il mandato di assicurare visibilità ai loro bisogni e di restituire
parola, dare voce al loro desiderio di dignità e di libertà. Per questo
esistiamo e per questi motivi abbiamo voluto accompagnare la nostra azione
sindacale complessiva con un’iniziativa specifica dedicata ai vecchi chiusi
nelle case di riposo.
Abbiamo lanciato, assieme alla
Funzione Pubblica Cgil che organizza il personale dipendente delle strutture
residenziali, una ricerca partecipata.
Le nostre leghe comunali hanno
visitato circa 600 strutture e compilato un questionario complesso finalizzato
alla verifica della composizione dell’utenza, al rispetto dei requisiti
strutturali ed ambientali previsti dalle leggi regionali per l’accreditamento,
all’esistenza o meno della carta dei servizi ecc… Non mi soffermo sui risultati
della ricerca. Per chi desideri consultarli sono a disposizione sul sito
nazionale dello Spi.
Qui mi limito ad un ringraziamento e
alla formulazione di un giudizio politico.
Il grazie va ai tanti e alle tante dei
nostri che hanno reso possibile la ricerca partecipata e che, dopo la
somministrazione del questionario, hanno continuato a frequentare le residenze,
trovando nuovi e forti significati per la loro militanza e aggiungendo senso
alla loro iniziativa.
Quanto al giudizio politico, non ho
dubbi: con la nostra iniziativa abbiamo squarciato un velo. Abbiamo portato
all’evidenza un rimosso collettivo: quello della condizione dei vecchi, ma
meglio sarebbe dire delle vecchie, soprattutto loro sono ricoverate nelle strutture residenziali.
Abbiamo conosciuto persone sottoposte
ad orari rigidi, per le quali non esiste più il ritmo naturale della vita,
dettato dalle proprie esigenze e dai propri desideri. Persone espropriate del
proprio habitat naturale, allontanate dalla propria casa, dagli oggetti amati,
costrette a vivere in un mondo artificiale, con scarse o nulle occasioni di
socialità. Donne ed uomini soli. Condannati in un breve volgere di tempo a
perdere la loro autonomia, a scivolare verso la non autosufficienza.
Abbiamo incontrato e continuiamo ad
incontrare quelle che qualcuno definisce “vite di scarto”.
La vita delle persone anziane,
fuoriuscite dai processi produttivi ed incapaci per loro cultura o per la
pochezza del loro reddito a continuare ad essere consumatori, diventa una vita
inutile perché incompatibile con le logiche dell’economia. Il loro corredo di
diritti non conta più per nessuno. Quindi sfuma. È destinato ad impoverirsi.
Ma anche queste “vite di scarto” sono
paradossalmente utili a produrre profitti. È come se diventando sempre più
anziani ci si trasformi da persone in cose, si diventa oggetti disponibili per
la produzione dell’altrui ricchezza.
È il caso dei cosiddetti “bond
morte”, un nuovo prodotto finanziario lanciato dalla Deutsche Bank che
trasforma la vita stessa delle persone in oggetto di speculazione finanziaria.
Una tra le più autorevoli banche europee scommette sulla durata della vita di
500 anziani americani tra 65 e 72 anni!
Più rapidi sono i decessi, maggiore è
il guadagno dell’investitore. Il profitto della banca invece cresce con la
sopravvivenza delle persone.
Analoga cosa hanno provato a fare a
Pesaro due promotori finanziari ed un agente assicurativo che vendevano
prodotti ad alto rischio finanziario, comprese polizze assicurative sulla vita
di malati oncologici terminali americani.
Come ha spiegato la Guardia di
finanza che ha svelato la truffa e denunciato i malfattori, il rendimento viene
calcolato sull’aspettativa di vita dell’ammalato assicurato. Prima avviene il
decesso, più alto è il rendimento.
Casi eclatanti, questi. Ci hanno
giustamente indignato, di essi bisogna discutere e sui quali occorre riflettere
per l’evidente violazione della dignità delle persone e per la necessità di
porre un limite all’iniziativa economica e finanziaria. Ed è l’umana dignità la
barriera insuperabile, da difendere con le unghie e coi denti in tempi come
questi, quando anche la vita della persone diventa oggetto di speculazione,
cinicamente utilizzata per produrre guadagno.
Poi vi sono i casi meno eclatanti,
considerati accettabili e leciti dall’opinione pubblica. Mi riferisco ai
guadagni garantiti ai soggetti gestori delle strutture residenziali dalle rette
esose e dai contributi dei Fondi sanitari regionali. In questo ambito esistono
zone d’ombra da indagare e portare alla luce.
Penso a imprese che hanno durate
troppo brevi, a fenomeni di speculazione finanziaria, a collegamenti con la
criminalità organizzata, ad un’area vasta di illegalità da combattere.
L’Istat ha rilevato, al 31 dicembre
del 2009, 429220 posti letto nelle strutture residenziali. Più di 7 posti letto
ogni 1000 abitanti. Oltre il 70% è destinato ad anziani non autosufficienti, in
prevalenza di sesso femminile. La gestione delle residenze è affidata ai
privati nel 70% dei casi.
L’Istat ha censito le strutture
accreditate. Non sappiamo in realtà quante residenze esistano davvero, ma è
ragionevole pensare che siano molte di più.
Eppure c’è chi sostiene la necessità
di aumentare il numero dei posti letto in residenza per gli anziani motivandola
con i processi di invecchiamento della popolazione.
Del resto aprire nuove strutture
conviene, può essere l’affare del secolo. Sopratutto se si può usufruire di
fondi pubblici destinati a coprire la quota sanitaria.
Dunque, sempre più vecchie e vecchi
nelle strutture residenziali! A vivere estraniati da sé, a subire ritmi di vita
imposti da altri, ad essere vittime di forme di contenzione fisica e
farmacologica.
Le abbiamo viste le persone legate!
La pratica è molto diffusa.
Ed abbiamo vissuto gli scandali. Sì,
gli scandali delle persone legate e picchiate. Abbiamo visto i video girati
dalla Guardia di finanza nella Casa di riposo di San Remo. Ne abbiamo sofferto
e ci siamo indignati. Ma indignarsi non basta. Occorre essere consapevoli che
in una struttura chiusa, in una istituzione totale, dove i controlli sono nulli
o scarsi, tutto diventa possibile.
Diventa possibile l’incuria, la
violenza fino alle estreme conseguenze. Fino alla morte delle persone. Ne fanno
fede le denunce delle forze dell’ordine.
Le “vite di scarto” degli anziani in
fondo sono vite inutili, servono giusto a utilizzare un posto letto… e sono
facilmente sostituibili. Le domande di ricovero, infatti, allungano le liste di
attesa per gli ingressi. Una domanda drogata dall’unica offerta disponibile,
quella del posto letto in residenza.
L’offerta apparentemente migliore,
considerata risolutiva perché libera ciascun soggetto, pubblico o privato che
sia, della responsabilità di farsi carico, di prendersi cura dell’anziano.
Per l’insieme di questi motivi,
abbiamo ritenuto doveroso interessare le istituzioni europee alle strutture
residenziali italiane. Abbiamo scritto alla Commissione europea per la
prevenzione dei trattamenti degradanti ed inumani – alla quale peraltro abbiamo
chiesto anche un incontro – invitando i suoi membri ad indagare anche sulle
case di riposo.
E l’Auser, a sua volta, ha
interessato la commissione servizi sociali del Senato italiano.
Da queste considerazioni nasce la
campagna “aprite quelle porte”. Abbiamo voluto rappresentare l’orrore alla base
della nostra campagna. Orrore per le vite private di senso, per le limitazioni
alla libertà delle persone, per la violenza che ogni istituzione totale
contiene, per le residenze lager che di tanto in tanto vengono alla luce in
ogni regione d’Italia.
La campagna si ispira al film horror
che ha imperversato negli anni 60
e 70 del ‘900 dal titolo “Non aprite quella porta”. Ma noi, al contrario,
vogliamo spalancare tutte le porte affinché l’orrore venga alla luce, sia
conosciuto dalla pubblica opinione e gli anziani non vivano più isolati e
maltrattati.
Nessuno di fronte all’orrore deve
essere lasciato solo. Per questo motivo abbiamo attivato il sito apritequelleporte@spi.cgil.it
dove chiunque può farci pervenire segnalazioni
Vedete, noi dello Spi amiamo le “vite
di scarto”. Dello “scarto” ci prendiamo cura. E da questo amore, da questa
volontà di prenderci cura facciamo scaturire piattaforme ed apertura di
vertenze sindacali.
Per questo diciamo basta a nuovi
posti letto nelle residenze. Sono già troppi, malgrado gli squilibri
territoriali.
Al primo posto delle nostre
rivendicazioni conserviamo la forma domiciliare dell’assistenza. Al suo centro
la persona con piena titolarità di diritti, alla quale vanno assicurati tutti i
supporti utili e necessari a promuovere le sue capacità e le sue abilità. Solo
quando, e per validi motivi, la permanenza presso il proprio domicilio non è
più possibile si può ricorrere a forme residenziali leggere: case famiglie,
gruppi appartamento… Molto utili i centri diurni perché alleviano la fatica
delle famiglie ed aiutano le persone a vivere meglio. Sono ancora tropo pochi
nel nostro Paese.
Per quanto riguarda le residenze
attualmente esistenti, nessuno di noi pensa di chiuderle!
Pensiamo però ad una loro conversione
da avviare, per umanizzarle, renderle trasparenti, spalancare quelle porte alle
comunità circostanti. Vogliamo immaginare strutture aperte e più dinamiche,
anche per chi sta male. Vogliamo farla finita con il bagno assistito fatto alle
4 di notte e con la nutrizione di una persona da completare nell’arco di 10
minuti, invece che del tempo necessario al rispetto ed alla cura.
E vogliamo lavorare a nuovi criteri
di accreditamento, fondati sulla centralità della persona, su percorsi di cura
finalizzati a riportarla a casa.
Noi dello Spi siamo i primi a voler
entrare nelle attuali strutture. Vogliamo radicarci al loro interno, portare
dentro vita e interessi nuovi.
Abbiamo bisogno di alleanze. La prima
è con i lavoratori dipendenti. Noi vogliamo bene a chi si cura dei nostri
vecchi. Vogliamo che gli operatori delle residenze per anziani stiano bene,
siano remunerati in modo giusto, siano formati e vogliamo capire assieme ai
loro rappresentanti quale possa essere il modello migliore di organizzazione
del lavoro da adottare perché la cura sia degna e non si limiti all’ossessione
della sola prestazione.
Poi lanciamo una sfida
all’imprenditoria sana. Con essa vogliamo scommettere sulla possibilità di
fornire servizi capaci di rispettare le persone e di riportarle a casa.
Da Parma, la città di Mario
Tommasini, la città del bel canto vogliamo far ripartire il canto per la
dignità e la libertà delle persone anziane.
Celina Cesari
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