venerdì 23 novembre 2012

Anziani legati al Filo d'argento

«L’INDENNITÀ DI ACCOMPAGNAMENTO non basta a pagare una persona che ci aiuti», dice nonna Giulia, che ha una figlia di 49 anni, Elena, disabile dalla nascita e costretta a muoversi solo su una sedia a rotelle. Nonna Giulia, come la chiamano i volontari del numero verde Filo d’argento, si è rivolta per la prima volta ai servizi dell’Auser due anni fa perché suo figlio era partito per le vacanze estive e l’infermiera non c’era.
Il V rapporto nazionale del Filo d’argento ha rilevato che sono proprio le persone come nonna Giulia ad avere più bisogno d’aiuto: sono donne molto anziane, sopra gli 80 anni, che vivono in grandi città e chiedono compagnia e trasporto. «Stanno crescendo moltissimo i bisogni espressi soprattutto dagli anziani più fragili – spiega il presidente nazionale dell’Auser, Michele Mangano – e purtroppo siamo in presenza di un arretramento dei servizi socio-assistenziali pubblici, un fatto drammatico e inaccettabile, che mette il volontariato in una condizione non di dover integrare i servizi, ma di sostituirli. La scure che si abbatterà sul sistema sanitario avrà, temiamo, ripercussioni molto pesanti soprattutto sulle persone non autosufficienti».
Un allarme lanciato dai sindacati e dalle associazioni di volontariato, ma rimasto inascoltato. «La realtà è che stiamo raggiungendo una soglia di esasperazione senza ritorno, anche se nulla sembra muoversi – dice Luca, collaboratore de La nazione, che mi racconta una storia di pochi mesi fa che secondo lui dovrebbe essere di esempio. Romano Carani viveva a Fornaci di Barga, vicino Lucca, e aveva 73 anni quando ha deciso di togliersi la vita ad aprile scorso. Si trovava agli arresti domiciliari perché pochi mesi prima, in preda a un raptus, aveva ucciso il figlio cerebroleso di 39 anni, Andrea. Non ce la faceva più. Aveva paura di lasciarlo solo dopo una vita dedicata a lui. È un gesto estremo quello di Romano,
ma dà il senso di cosa significhi l’abbandono». Eppure una soluzione a tutta questa solitudine ci sarebbe: smetterla di pensare alla sanità solo in un’ottica economicistica e colpire realmente gli sprechi laddove ci sono, aumentando la qualità e la quantità dei servizi offerti sui territori alle famiglie.
«Tre giorni fa mi ha chiamato una signora di 80 anni e più, se non ricordo male, di chiare origini siciliane, l’ho riconosciuta dalla voce – racconta Ester, volontaria dell’Auser e attiva nello Spi ligure – mi chiedeva se potevamo aiutarla a scendere dal letto e a lavarsi. Era imbarazzata, voleva una persona
che lavorasse in nero. Poi quasi per giustificarsi: ma io non peso tanto, sono magra magra non farà fatica a tirarmi su dal letto. Ecco, se c’è una cosa che mi fa male quando mi chiamano disabili o non autosufficienti: sono costretti a perdere la dignità in cambio dell’elemosina di un loro diritto. Qualcuno dovrebbe vergognarsi per questo!». E soprattutto, fare qualcosa, e presto. Visto che tutto questo aumenta la spirale di povertà, lavoro nero, emarginazione, che sono alla base della decrescita economica di un paese.

Sara Picardo

23.11.2012

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